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mercoledì 3 giugno 2015

I fili della semplicità

Flavia Ferrigno
Lo stile è quella parte di noi che ci introduce al mondo e ci descrive agli altri. Consiste di scelte, anche di quelle di cui siamo inconsapevoli e che giocano un ruolo fondamentale nel sostituirsi a tante parole. Ogni colore, tessuto, accessorio, movimento, gestualità che più o meno rapidamente scegliamo è congrua ad una propria percezione di sé. la differenza tra stile e moda avviene nella consapevolezza.
Mentre il primo diventa tale solo ed unicamente quando scaturisce come vera e completa espressione del sé in tutte la sua complessità, la moda è la rinuncia a conoscere se stessi immettendosi in un sistema di uguaglianza e mescolanza con la globalizzazione. Lo stile dunque ha un fine: essere il risultato di tutto ciò che viaggia dentro di noi e compone la nostra unicità. Con ciò non si intende che questo debba essere arzigogolato come la personalità (immaginate che fine faremmo…), ma deve essere la sintesi perfetta delle nostre coordinate principali. Così trova come suo mezzo più invincibile la semplicità, ricca di ricerca irripetibile ed in continuo movimento.
“I mezzi con cui si dipinge non possono mai essere abbastanza semplici. Mi son sempre sforzato di diventare più semplice. Ma la massima semplicità coincide con la massima pienezza. Il mezzo più semplice libera al massimo della chiarezza lo sguardo per la visione. E alla lunga, solo il mezzo più semplice è convincente. Ma da sempre c'è voluto coraggio per essere semplici. Credo che non ci sia niente al mondo di più difficile. Chi lavora con mezzi semplici non deve aver paura di diventare apparentemente banale”. - Matisse.
Nella ricerca dell’armonia nelle le cose e nell’anelito alla bellezza si colgono sempre nuove rivelazioni di sé e per questo si può dire che lo stile non dipenda solo dal coraggio di essere se stessi, ma dal bisogno irrinunciabile di tendere a se stessi. Poi per ciascuno ha un valore diverso: c’è chi lancia una sfida agli altri attraverso la propria personalità, o chi sfida le proprie paure, chi così affronta le proprie nevrosi e debolezze. Chi vuole sentirsi una persona nuova attraverso gli abiti che indossa, chi si vuole nascondere e chi brillare…


martedì 9 dicembre 2014

Felicità

Maria Claudia Gatto

Traccio il contorno della tua spina dorsale: forse è l’ultima volta.
Continuo a far scivolare la mano dal basso verso l’alto; si poggia sul tuo collo e fa per stringerlo, ma poi si apre in una carezza leggera, impercettibile.
Sei qui che dormi sereno, accanto a me. Le labbra si aprono in un lieve sorriso ed i tuoi occhi scuri sono coperti dalle ciglia lunghe nere; i capelli ricadono morbidi sulla fronte ed io ho quasi paura di toccarti. Continuo a fissarti nel tuo sonno profondo e rimango immobile come quando si è estasiati avanti un quadro di Caravaggio.
La parte destra del letto ha preso la forma del tuo corpo e le lenzuola bianche il tuo odore.
Ho quasi voglia di fotografarti, di fotografare questo momento per rimanerci intrappolata dentro e non uscirne più. Io e te: null’altro.
Mi lascio cadere con delicatezza sul cuscino e guardo il soffitto bianco: oggi mi sembra tutto così luminoso. E’ forse questa la felicità di cui si parla tanto? Attimi, forse anche stupidi, ma che ci fanno sentire così bene, perché sono unici e nostri.
Ti giri verso di me e sono talmente persa nei miei pensieri che neanche me ne accorgo:
Buongiorno.”

Lotta di una vita

Camilla Ostinato

Il volto dell’uomo seduto sulla scomoda sedia dell’ospedale era segnata dal tempo: rughe profonde scavavano il volto scarno, capelli, per quanto pochi fossero, di un bianco candido; giocherellava con le dita ruvide da lavoratore ormai ingiallite dalla nicotina, da cui era dipendente anni prima. Sussurrava preghiere che nessuno avrebbe ascoltato, preghiere che imploravano un dio qualsiasi di trovare la pace. L’uomo che aveva amato per tutta la vita era dentro la stanza spoglia chiusa alle sue spalle. Ma lui sapeva che sarebbe successo, il tempo non guarda in faccia nessuno e la degenerazione della malattia era ormai implacabile. Prendendo un respiro profondo l’uomo si alzò dalla sedia e si trascinò nella stanza tanto odiata; l’elettrocardiogramma suonava ritmico e il respiratore vibrava rendendo la scena crudelmente reale. Lo sguardo si posò sull’uomo steso sotto le lenzuola vergini con gli occhi chiusi e mille tubi attorno. A quella vista l’ometto alla porta cadde soffocando la rabbia. Urlava senza emettere voce che lui non avrebbe voluto e mentre la stanza girava vorticosamente la sua mente rievocò gli anni migliori della loro giovinezza. Un luogo dove la libertà d’espressione veniva proclamata a gran voce, un’epoca del rock e delle scelte di vita. Ma tutto questo era ormai lontano dalla realtà e per quanto il volere dell’uomo esanime fosse così forte lui non aveva potere e così era stato destinato dalla sua gente al limbo, alla sottospecie di vita che sempre aveva disprezzato. Picchiò forte i pugni a terra con i denti digrignati e un grido morto in gola. Nelle sue vecchie vene sentiva scorrere la rabbia inarrestabile di un uomo inginocchiato dall’ingiustizia ma sapeva che ormai le decisioni erano state prese e così allentò la presa dei pugni e li avvicinò alla mano del compagno. Stanco di lottare per qualcuno che neanche era più con lui.

venerdì 15 novembre 2013

Non innamorarti mai a prima vista.

                                                                                                                         GIULIA SODANO



Camille era una di quelle persone che avevano l'orologio incorporato, che si alzavano al mattino sempre allo stesso orario tutti i giorni senza che niente e nessuno le svegliasse.
Apriva gli occhi, si sfilava dalle coperte, scendeva dal letto, passava per il bagno e la cucina ed in 15 minuti era pronta per uscire. Abitava a pochi metri dal suo posto di lavoro, commessa in un'azienda agroalimentare che aveva vari negozi sparsi per la città. Non si lamentava del suo lavoro, le piaceva. In realtà non si lamentava di niente, viveva un'esistenza ritmicamente scandita da orari abituali, da appuntamenti occasionali e da frequenti passeggiate solitarie per il lungomare.
Non si chiedeva se le andasse bene o male vivere così, continuava e basta.
Aveva un gatto che amava e che era ormai una delle poche forme di compagnia che le rimanevano.
I suoi genitori erano morti in

mercoledì 21 dicembre 2011

IL MIO PICCOLO MONDO: LA LETTURA

Ciao, mi chiamo Sofia. Ho 17 anni.
Le mie amiche mi considerano strana… Mi chiedete perché?
Beh la risposta è semplice: perché amo leggere.
Capita, a volte, che io preferisca leggere un bel libro piuttosto che uscire, ma non perché io ami stare in casa o perché, come dicono loro, sia ASOCIALE, ma semplicemente perché ritengo che nella lettura si trovi spazio per sé.

IL SUONATORE DI SERPENTI A SONAGLI

Tanto tempo fa, in un regno lontano… no, no, no, no ! Così no: non è più tempo per le favole! Or dunque la storia che mi accingo a narrarvi tratta di un personaggio alquanto strano: lui è Johan, uno studente dell’Accademia delle Belle Arti di Helaskanas.
 Per errore incappai tempo addietro nei suoi scritti celati in una polverosa biblioteca, dietro un mobile apparentemente pesante; grazie a questi appresi la sua storia.
Era un mattino d’estate quando Johan uscito per provare con gli amici uno spettacolo, soprappensiero sbagliò strada. Incappò così in una via a lui sconosciuta, ma invece di tornare indietro qualcosa scattò in lui e continuò il suo cammino. Cammina, cammina, Johan si era ormai dimenticato dell’appuntamento preso con gli altri attori; era preso dal suo viaggio che lo aveva portato a contatto con una strana civiltà presso la quale sostò diversi anni. La civiltà che tanto lo aveva affascinato aveva una caratteristica particolare: questo strambo popolo suonava con gli animali; questi divenivano strumenti nelle loro mani grazie a tecniche a noi ignote. Johan fu iniziato a questi nuovi studi da un anziano del posto.

SILENZIO ASSORDANTE

Di cosa parli? Non ti ascolto. Mi chiudo in me stessa cercando in vano di proteggermi dalle tue parole taglienti come lame.  Ogni lettera, ogni singola sillaba arriva in modo confuso alla mia mente, in modo doloroso al mio cuore.
Faccio fatica a riprendere a respirare, lentamente sposto le mani da mio viso e apro gli occhi ormai lucidi, cercando di rimettere in ordine le assurde cose che hai detto. Con lo sguardo sconvolto mi giro verso lo specchio appeso su una parete di un azzurrino chiaro, quasi impercettibile.
Il mio viso è pallido ma al tempo stesso ricoperto di alcune chiazze rosse provocatemi dal pianto; tutta colpa tua.
Dopo qualche minuto mi giro verso di te che hai un’aria indifferente e perlopiù scocciata mentre io sto qui ad affogarmi nel dolore.

sabato 19 novembre 2011

ROMA 15.10: ESPLODE LA PIAZZA


UNA PROTESTA INFUOCATA

15 ottobre 2011, giornata internazionale di mobilitazione degli indignados. Manifestazioni in moltissime città d’Europa e del mondo. Migliaia di cittadini scendono in piazza per rivendicare il proprio diritto al lavoro e ad una democrazia reale. In Italia la manifestazione principale è ovviamente a Roma: nella capitale arrivano decine e decine di pullman da ogni regione della penisola. Sono almeno 200mila le persone che formano il lungo corteo, che intorno alle ore 14, parte da piazza della Repubblica con destinazione Piazza San Giovanni. La testa del corteo non ha bandiere di partiti: è una manifestazione plurale, a cui aderiscono indistintamente studenti, operai, precari, movimenti e associazioni. La manifestazione parte, tutto sembra tranquillo, migliaia di persone avanzano mostrando pacificamente il loro dissenso verso la classe politica. Ad un certo punto, però, nella testa del corteo qualcosa inizia ad andare come non dovrebbe.

VENTO PASSEGGERO

Ancora una volta era lì, ferma a gambe incrociate sul pavimento umido, Immobile. Gli occhi rivolti verso il basso, l’aria malinconica e i riccioli scuri che le ricadevano sulle spalle.
Non viveva il presente, non sognava il futuro, pensava a quella terrazza buia, riviveva quella notte che un tempo amava ricordare con armonia, come un incubo, il peggiore di tutti, il più reale.
Quel ricordo la ossessionava e ogni volta, tutte le volte che le veniva in mente, pensava come tutto quello che era successo fosse così distante da lei, da quella che era e che forse, ora, non era più.
Non sapeva perché era successo, perché aveva permesso che accadesse, tradendo i propri principi, tradendo se stessa.

HELL

Poteva essere già sorto il sole, ma in quello schifo di buco in cui aveva deciso di abitare non filtrava la luce, quindi non era certo di che ore fossero esattamente. Poco importava, d’altronde. In fin dei conti doveva comunque alzarsi, quindi tanto valeva sbrigarsi. Da lì a breve sarebbe dovuto tornare al lavoro, ma con la voglia che aveva, a malapena riusciva a muovere le gambe. Un vero strazio, si ritrovò a pensare, mentre si stiracchiava. In realtà da lì ad un bel po’ di tempo sentiva che nemmeno il sonno gli serviva: semplicemente, era un ottimo diversivo per il suo lavoro. Duro, stancante, deprimente lavoro.