Poteva essere già sorto il sole, ma in quello schifo di buco in cui aveva deciso di abitare non filtrava la luce, quindi non era certo di che ore fossero esattamente. Poco importava, d’altronde. In fin dei conti doveva comunque alzarsi, quindi tanto valeva sbrigarsi. Da lì a breve sarebbe dovuto tornare al lavoro, ma con la voglia che aveva, a malapena riusciva a muovere le gambe. Un vero strazio, si ritrovò a pensare, mentre si stiracchiava. In realtà da lì ad un bel po’ di tempo sentiva che nemmeno il sonno gli serviva: semplicemente, era un ottimo diversivo per il suo lavoro. Duro, stancante, deprimente lavoro.
Era già pronto ad uscire dalla sua dimora, dieci minuti erano più che sufficienti a farlo riprendere. Il mondo girava veloce, c’era del lavoro da sbrigare, parecchio anche, e lui di certo non poteva rimanere indietro.
Arrivare alla postazione nemmeno fu così complicato, il vero problema è che non si rese neppure conto di dove andava, come e perché: i suoi gesti erano diventati automatici. Efficiente, come al solito, ma a che prezzo? A cosa lo stava conducendo tutta quella monotonia? Sbuffò, mentre si spalancarono le porte del mondo, il suo mondo, quello in cui lui era il padrone supremo, il pezzo grosso, il “boss”. Venerato e rispettato. Odiato e temuto. Ma comunque il fulcro di tutta la sua impresa.
Iniziò a scendere, il suo ufficio paradossalmente era quello in basso, al piano più inferiore. Aveva scelto lui così, un ottimo rifugio verso quel mondo che sembrava odiarlo, a volte. E a dirla tutta, quella situazione non gli piaceva. Aveva vissuto decisamente momenti migliori in cui lui, fulgido e splendente, era stato l’invidia di molti. E adesso?
Primo piano. Gente in attesa. Persone noncuranti, che stavano lì, apparentemente, senza interessi né particolari motivi. Anime perdute, insomma. Scrollò le spalle e non le considerò più di tanto. Sembrava un vero e proprio limbo.
Scese, secondo piano verso terra. Un vento pazzesco, come se nessuno avesse chiuso le finestre. Noncuranti, capricciosi, volteggiavano a destra e a sinistra affannati. Iniziò a sentire le chiacchiere, o per meglio dire i lamenti, di quelli che gironzolavano in quella sezione. Chi si vantava delle proprie imprese mirabolanti a letto, chi le rimpiangeva e chi invece si pentiva di aver corteggiato quella tipa, ma era così bella, insomma, una bella seduta di coccole ci stava pure, no? E mica solo quelle, anche di meglio…C’era chi si vantava di aver provato di tutto, dalle fruste alle catene, ogni tipo di sesso esistente in quel mondo. “Che schifo” pensò, disapprovando con una smorfia. Decise semplicemente di ignorare quelle porcherie. Andò oltre.
Terzo piano. Un sudiciume inaudito. Grasse bocche avide già ambivano a succulenti pasti che non avrebbero avuto. Non quel giorno. Severo, inflessibile. Non avrebbe concesso loro alcuna grazia. E anche se avesse voluto, non tutte le decisioni spettavano a lui.
Quarto piano. A quanto pare ancora stavano facendo dei lavori, lì. Gente che spostava mobili pesantissimi a destra e manca. E quando avevano l’occasione, si assalivano l’un l’altro cercando di accavallare sulle spalle di qualcuno quella fatica che le loro esili braccine non riuscivano a sostenere. Pensiamo a scendere, và, si disse, e riprese le scale.
Quinto piano. Man mano che scendeva le cose sembravano andare peggio. Le persone lì annaspavano, il loro lavoro sembrava accollarsi su loro come fango viscido.
Sesto piano, mai limite al peggio. Donne iraconde, quasi delle furie, si scagliavano contro i poveracci che avevano avuto la sventura di capitare in quel settore. Gli venne da ridere, ma lo stimolo era così lieve che lasciò perdere.
Il settimo piano non volle neppure guardarlo. Risse, urla, gente che si azzuffava, e all’angolo eterni depressi, che se non seguiti con attenzione, si sarebbero potuti buttare da un momento all’altro. Avrebbe dovuto porre un freno? Lui, e perché? Un bestemmione assurdo lo fece rinsavire. Stavolta non potè fare a meno di liberare una grassa risata. Ma proseguì.
Ottavo piano, c’era quasi, il suo ufficio era dannatamente lontano. Nell’elenco mentale delle cose da fare inserì anche un ipotetico trasloco. Non si soffermò però. Lì, lo sapeva per certo, c’era solo gentaglia. Esseri viscidi ed ingannevoli, verso loro stessi e verso gli altri. Le belve più temute dagli allocchi. Gli ipocriti, quelli che sapevano di sbagliare eppure sbagliavano comunque. C’era stata per loro una via per la redenzione, e avevano preferito ignorarla. Affaracci loro.
Il nono piano era il suo preferito. C’erano storie interessanti lì, storie di traditori e traditi, che avevano comunque ottenuto la loro gloria, se così si poteva definire. E difatti, il loro posto era vicino al boss. Spettava loro di diritto. Indimenticabili, per tutti. L’immaginario collettivo li avrebbe incisi a fuoco nella memoria.
E finalmente eccolo, il suo ufficio. Ghiaccio gelido ricopriva le pareti. Il freddo avrebbe penetrato anche i meandri più nascosti del cuore. Non c’era posto per nessuno lì: solo per lui e per il suo grande, grandissimo sconforto. Si guardò intorno, e vide lì, il suo fedele collega. Già pronto per un nuovo, straziante arco di sofferenze.
-‘Giorno Minosse…
-Ehilà Satana…- rispose l’altro, cercando di apparire vagamente gioviale. –Come va la vita?
Il demone lo guardò dritto negli occhi. Un profondo sospiro lo scosse. Nemmeno l’ossigeno riempì il vuoto.
-Un vero inferno…
di Assunta Sannino
Nessun commento:
Posta un commento