sabato 19 novembre 2011

VENTO PASSEGGERO

Ancora una volta era lì, ferma a gambe incrociate sul pavimento umido, Immobile. Gli occhi rivolti verso il basso, l’aria malinconica e i riccioli scuri che le ricadevano sulle spalle.
Non viveva il presente, non sognava il futuro, pensava a quella terrazza buia, riviveva quella notte che un tempo amava ricordare con armonia, come un incubo, il peggiore di tutti, il più reale.
Quel ricordo la ossessionava e ogni volta, tutte le volte che le veniva in mente, pensava come tutto quello che era successo fosse così distante da lei, da quella che era e che forse, ora, non era più.
Non sapeva perché era successo, perché aveva permesso che accadesse, tradendo i propri principi, tradendo se stessa.
Forse l’aveva fatto perché si sentiva sola, terribilmente sola, abbandonata da tutti e tutto.
Forse perché aveva chiesto disperatamente aiuto e nessuno aveva voluto aiutarla, nessuno era stato in grado di afferrarla per i capelli, guardarla negli occhi e dirle “Cosa stai facendo?”. Nessuno. Anzi, la cosa più terribile non era questa; no, c’era di peggio. Era stata assecondata: le era stato detto di fare quel che voleva, di “divertirsi” senza limiti, senza pensare a chi avrebbe fatto del male, senza pensare che avrebbe finito per odiare tutto questo, senza considerare che non avrebbe mai avuto più il coraggio di guardarsi allo specchio.
Per i mesi successivi non ebbe il coraggio di farlo, evitava di osservare il suo volto, di vedere il suo riflesso ipocrita e viscido.
Era così che si considerava: un verme, qualcosa di strisciante che distrugge se stessa e gli altri, anche ciò e chi ha di più caro. Odiava quello che era diventata, un mostro.
Cercava di guardarsi dentro, di capire il perché ma ogni volta che ci provava lo stomaco le faceva male, si stringeva e una sensazione di malessere, di dolore, le risaliva su per la gola. Cercava di uscire fuori, di trovare sfogo, ma non ci riusciva; neanche tutte le lacrime del mondo sarebbero riuscite a spazzarla via. 
Era per questo che la maggior parte del tempo cercava di non pensarci, faceva finta che niente fosse successo, cancellava quella notte facendo finta che non fosse mai esistita. Eppure c’era sempre qualcosa, qualcuno che le ricordava quei momenti, che riaffiorava in lei quei ricordi, che la facevano sentire più sola di prima, che le facevano sentire freddo, che di colpo facevano scomparire anche quei pochi raggi di sole che erano comparsi.
Non sapeva cosa fare, era bloccata, come le sue emozioni. Niente era più come prima, neanche ciò che amava di più al mondo riusciva a darle serenità, anche solo per un attimo.
Aveva bisogno di qualcuno che l’aiutasse, ma aveva il terrore che gli altri la giudicassero per quello che aveva fatto, per ciò che aveva permesso che accadesse e già il proprio giudizio la uccideva.
Pensava che quel bacio potesse essere di più, che non fosse solo un vento passeggero che arriva, ti sconvolge la vita e poi va via lasciandoti solo una sensazione di freddo sul viso.
Pensava che potesse portare di più o forse semplicemente sperava che le cose nella sua vita si sarebbero aggiustate da sole, che sarebbe tornato tutto come prima, come niente fosse successo.
Ma non era così, era tutto inutile. La cosa peggiore era che non sapeva come uscirne, si vergognava di quel bacio, di quello che era successo e sapeva che se avesse chiesto aiuto all’unica persona di cui si fidava le avrebbe fatto male, l’avrebbe delusa.
Era di nuovo al punto di partenza, o meglio sempre ferma nello stesso punto, sulla stessa casella.
Nel raggio di un’ora il suo sguardo non si era spostato di un millimetro dal pavimento, quanto la sua mente da quel pensiero.
Tutto ad un tratto si alzò di scatto tanto velocemente che le sue gambe, per un istante, barcollarono ma poi riuscirono a reggerla perfettamente.
Forse aveva capito a chi chiedere aiuto, forse doveva chiederlo a lui, alla persona a cui aveva dato quel bacio, forse anche lui adesso si sentiva così vuoto e confuso come lei. Forse anche lui aveva bisogno di lei.

 DI MARIA CLAUDIA GATTO

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