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domenica 22 luglio 2012

IL GIRO DIMENTICATO


di Amedeo De Chiara

Si è concluso oggi il Tour de France, portando l'inglese Wiggins alla vittoria; e con un filo immaginario si vola a pelo del mare della Manica da Parigi a Londra, la sede della trentesima edizione dei Giochi Olimpici. È un'estate all'insegna dei grandi eventi sportivi questa, iniziata con la grande avventura degli azzurri agli Europei di calcio e poi il Giro d'Italia.
Ma tra queste perle del grande sport ne manca una, una molto particolare: una perla rosa.
Il Giro Donne, l'edizione femminile del Giro d'Italia, si è concluso 2 settimane fa, ma sembra che sia passato molto più tempo, anni. Ma il peggio è che certe volte le cose accadono quasi sotto casa alla gente, ma nessuno se ne accorge. Il Giro Donne, infatti, quest'anno è partito da Napoli, il 29 giugno. Ma alla sua partenza l'attenzione non era la stessa del suo fratello maggiore. Certo, c'erano i giornalisti della Tgr Campania e le reti di Raisport hanno seguito la corsa rosa. Ma forse questo non basta a richiamare il grande pubblico. Eppure il Giro Donne porta sulla scena le più grandi atlete al mondo, come la campionessa Marianne Vos, che si è conquistata per la seconda volta consecutiva la maglia più rosa che mai.
Sarà questo il solito articolo femminista? Può darsi. Tuttavia, se l'uomo e la donna hanno gli stessi diritti, allora forse è un diritto di quest'ultime registrare gli stessi ascolti e attirare la giusta attenzione del pubblico. Non perché donne, ma perché atlete.

venerdì 20 luglio 2012

LA RIVOLUZIONE DEI PAZZI


di Amedeo De Chiara

"Mi piace essere un po' pazzo come Paolo Borsellino, perché continuo a credere nella possibilità che, nonostante tutto, si possa raggiungere la verità sui grandi misteri del nostro paese." Questa è stata la risposta di Antonio Ingroia al senatore Marcello Dell'Utri, che aveva definito così i pm di Palermo.

Forse a questo punto è di questo che il nostro Paese ha bisogno: di pazzi. Folli, che puntino dritto verso il loro sogno utopico. Pazzi che non abbiano lo stesso imbarazzo per la verità e la stessa paura che spesso si denota dentro le istituzioni anche più insospettabili, così come ha detto il pm palermitano. Persone che abbiano il coraggio di infrangere il sistema, di scendere in piazza il 18 luglio con le agende rosse in mano, a chiedere giustizia e verità; persone che combattano l'avidità della corruzione con la folle, testarda caparbietà della legalità. Pazzi, che abbiano il coraggio della verità, conquistata a qualsiasi prezzo e senza paura".

giovedì 19 luglio 2012

GLI EROI DELLA QUOTIDIANITÀ

dedicato a Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli
Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina
e
a Paolo Borsellino
di Amedeo De Chiara

Oggi sono 20 anni. 20 anni di cosa? Probabilmente 20 anni di assenza: assenza di risposte, assenza di verità. Ma forse quella che più brucia è l'assenza di quelle figure-guida che tenevano accesa la luce della speranza. Ma il loro tributo di sangue è stato lo sprone di molte persone a fare di più. La lotta alle mafie non era mai stata così sentita dalle comunità, dalle masse, dalla gente, prima del sacrificio di questi uomini. Vale la pena allora ricordare che se quest'anno è il ventennale delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio, in questo stesso anno ricorrono i 30 anni di altre stragi e di altri brutali assassini di altri eroi della quotidianità, che avevano fatto del loro lavoro una missione, o forse della loro missione un lavoro. Perché ridurre questi grandi uomini a eroi della quotidianetà? Innanzi tutto bisogna ricordare che tra grandi politici e magistrati c'erano anche figure più nascoste, come autisti e agenti della scorta, che dimostravano e hanno dimostrato di non aver paura, che non si sono mai sottratti al loro mestiere, al loro lavoro, appunto. Ed è questa anche la ragione della dedica di sopra. Infine, la vera eroicità di queste persone è stata quella di affrontare potentissimi nemici con i pochi mezzi messi a loro disposizione, con la dedizione del lavoro quotidiano. E grazie a loro sono, per fortuna, cambiate molte cose, nelle istituzioni e tra la gente.

È nostro dovere ricordare, dunque, ricordare che 30 anni fa, il 30 aprile 1982, venivano uccisi con una pioggia di colpi di pistola l'onorevole Pio La Torre, deputato del Pci, colpevole di aver proposto il reato per associazione mafiosa, e del suo amico e autista Rosario Di Salvo; 30 anni fa, il 3 settembre 1982, venivano trivellati a colpi di Kalashnikov il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente della scorta Domenico Russo. Pensare che Dalla Chiesa, partigiano, li aveva battuti tutti: tedeschi, fascisti, brigatisti, ma non i mafiosi. Ma la mafia non è un nemico comune. Non sta dall'altra parte del fronte; la mafia ti sta accanto e ti colpisce alle spalle. E magari le armi le ha avute da chi credevi tuo alleato. Tuttavia, fa ben sperare che questi uomini e queste donne non siano morte invano, che in quello per cui si sono battuti ora è realtà, o quasi; che i mandanti dei loro omicidi siano stati assicurati alla giustizia, proprio per quella colpa che al tempo non aveva neanche il suo reato.
Tuttavia, a volte la verità non riesce proprio a uscire dalla camera buia dove si trova, volendo usare la metafora usata dal pm di Palermo Antonio Ingroia, una camera appositamente oscurata da chi vuol celare la verità e soffocare la giustizia. Ma forse c'è una cosa peggiore della falsità: l'omertuosa paura, o peggio, accondiscendenza che sottosta al regime della menzogna e del torbido. Saranno queste le ragioni per cui non è mai stata istituita alcuna commissione per indagare sulle stragi del '92 e sulla trattativa Stato-mafia, come denuncia lo stesso Ingroia?

martedì 5 giugno 2012

Profumo di premi, ma di fondi?

di Amedeo De Chiara


È alta la tensione all’indomani del Consiglio dei Ministri in cui si discuterà col Ministro Profumo della riforma della scuola. La linea del premio al merito riscuote critiche da ogni fronte, primo tra tutti quello studentesco.

Contestata da studenti e forze politiche e sociali è la competizione che questa riforma comporterà: i 25 articoli del disegno di legge che rischia di diventare decreto, bypassando così i pericoli delle camere parlamentari, sono incentrati su premi agli studenti e alle scuole più “meritevoli”. Il Ministro si difende, dicendo che queste misure sono dettate dall’Europa (diventata, ormai, il “31 salvi tutti” dei decreti). Ma è giusta una riforma così?

Certo, incentivare la competizione costituisce uno sprone all’operosità; ma ancor più importante è sostenere i talenti con giusti sgravi e agevolazioni e premiare gli ambienti scolastici più dinamici e creativi. Ma questo sarebbe possibile in un sistema scolastico sano, solido e compatto, come quello dei nostri “colleghi” nordeuropei; il nostro per poco non scioglie al solleone di giugno. La scuola italiana non può reggersi in piedi da sola. Non c’è alcun premio, neanche di consolazione, se la scuola declina.

Non bisogna poi dimenticare che è alto il compito dell’istruzione: la formazione dei cittadini. La scuola non può limitarsi ad essere un istituto sforna-talenti. Ché poi se non c’è un adeguato tessuto sociale, un Paese dinamico, questi talenti non potranno fare altro che volare altrove. E il talento non si vende.

domenica 3 giugno 2012

2 giugno: cosa celebrare?

di Amedeo De Chiara

Passate le 24 ore dalle celebrazioni del 2 giugno, le polemiche sono tutt’altro che sopite. Ma forse sono emersi già abbastanza pareri per potersi chiedere se sia giusto o meno fermare una parata per un gravissimo lutto nazionale.

È stato forse il momento di maggior impopolarità per un Presidente della Repubblica sempre invocato dalla popolazione a dirimere i problemi dello Stato. E Napolitano, come sempre, si è mosso con estrema ma risoluta moderazione. Anche stavolta.

Il messaggio è stato chiaro: l’Italia non si ferma: il valore ispiratore di queste celebrazioni è stato la coesione nazionale, più volte nominata dal Presidente nelle numerose interviste di questi giorni. Doveroso è stato il richiamo al terremoto e alle distruzioni che esso (o meglio,  l’imprudente cecità umana) ha portato, il ricordo delle vittime e la revisione della manifestazione. Prima ancora che dinanzi alla Presidenza della Repubblica, il corteo è sfilato davanti ai gonfaloni delle regioni Emilia Romagna, Veneto e Lombardia. Incauto è stato il gesto di chi ha disertato le celebrazioni, soprattutto per il Sindaco Alemanno, che prima si dissocia dal 2 giugno per le spese eccessive, salvo poi autorizzare il giorno dopo l’Air show di Ostia, con tanto di frecce tricolore. Chi, infine, dice che i soldi spesi per le celebrazioni sono stati “buttati al cesso” dovrebbe forse passarsi una mano sulla coscienza; poi, al portafoglio. Però 2 milioni e mezzo restano comunque tanti.

Non è giusto fermare una manifestazione nazionale: i valori che essa incarna non hanno prezzo. Ma è lecito interrogarsi sulle modalità di queste manifestazioni. 2,6 milioni di euro sono forse troppi, specialmente per un paese in crisi. E forse una parte di tale cifra avrebbe potuto costituire un contributo simbolico (perché neanche 2 milioni e mezzo bastano a rimarginare i danni) per la rinascita delle zone terremotate.

Ma più che i soldi, sono i contenuti della parata che possono rinnovarsi. Sarebbe ingiusto e irriconoscente non rendere alle forze armate dello Stato il giusto tributo per il loro servizio reso alla nazione. Ma tra tanti sobillatori e altrettanti sobillati si levano intelligenti richiami all’antimilitarismo, che è uno dei fondamentali della nostra Costituzione (art. 11). E l’Italia spende ancora tanti fondi per le spese militari a discapito dello sviluppo, della ricerca e del servizio sanitario. È stato bello veder sfilare alla fine del corteo i volontari della Croce Rossa e i ragazzi del Servizio Civile. Sarebbe ancora più bello veder ingrossare le file del terzo settore. Sembra retorico, ma la Repubblica è pur sempre la cosa pubblica, di tutti i cittadini attivi e partecipativi; i cittadini veri.

mercoledì 21 dicembre 2011

IN FUMO...


Molti credono che ogni protesta sia inutile, ora che Berlusconi ha ceduto il passo a Monti: in realtà le misure che il nuovo Governo sta adottando non sembrano prendere la strada di un rinnovamento, ma solo quello di un tamponamento, di “un laccio emostatico”: così ha definito la manovra Gino Strada. Eppure, un momento così critico è forse il migliore per osare e scommettere su un futuro diverso, fatto di investimenti sul welfare, sul lavoro, sull’istruzione e la ricerca. Ma vige l’austerity.

sabato 19 novembre 2011

CROLLI


Crollo: questo è ciò che stiamo vedendo. Crollano i regimi negli stati arabi; crollano i muri a Pompei (l’ultimo è del 27 ottobre scorso: è ceduta la parete di un antico pozzo interno all'edificio 41 della via Consolare); crolla la Grecia; crolla la fiducia nell’euro (che non supera l’1,45 al cambio col dollaro); crolla la stima della comunità europea nei confronti dell’Italia e della sua classe politica; crolla il gradimento della classe politica italiana da parte degli italiani stessi. E crolla il quarto governo Berlusconi.
Sembra che sia accaduto tutto all’improvviso. Quasi fosse stato un inciampo nel vuoto. Un improvviso tuffo a capofitto nel baratro. In realtà è tutto collegato.