È
alta la tensione all’indomani del Consiglio dei Ministri in cui si discuterà
col Ministro Profumo della riforma della scuola. La linea del premio al merito
riscuote critiche da ogni fronte, primo tra tutti quello studentesco.
Contestata
da studenti e forze politiche e sociali è la competizione che questa riforma
comporterà: i 25 articoli del disegno di legge che rischia di diventare
decreto, bypassando così i pericoli delle camere parlamentari, sono incentrati
su premi agli studenti e alle scuole più “meritevoli”. Il Ministro si difende,
dicendo che queste misure sono dettate dall’Europa (diventata, ormai, il “31 salvi tutti” dei decreti). Ma è
giusta una riforma così?
Certo,
incentivare la competizione costituisce uno sprone all’operosità; ma ancor più
importante è sostenere i talenti con giusti sgravi e agevolazioni e premiare
gli ambienti scolastici più dinamici e creativi. Ma questo sarebbe possibile in
un sistema scolastico sano, solido e compatto, come quello dei nostri “colleghi”
nordeuropei; il nostro per poco non scioglie al solleone di giugno. La scuola
italiana non può reggersi in piedi da sola. Non c’è alcun premio, neanche di
consolazione, se la scuola declina.
Non
bisogna poi dimenticare che è alto il compito dell’istruzione: la formazione
dei cittadini. La scuola non può limitarsi ad essere un istituto sforna-talenti. Ché poi se non c’è un
adeguato tessuto sociale, un Paese dinamico, questi talenti non potranno fare
altro che volare altrove. E il talento non si vende.
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