Crollo: questo è ciò che stiamo vedendo. Crollano i regimi negli stati arabi; crollano i muri a Pompei (l’ultimo è del 27 ottobre scorso: è ceduta la parete di un antico pozzo interno all'edificio 41 della via Consolare); crolla la Grecia; crolla la fiducia nell’euro (che non supera l’1,45 al cambio col dollaro); crolla la stima della comunità europea nei confronti dell’Italia e della sua classe politica; crolla il gradimento della classe politica italiana da parte degli italiani stessi. E crolla il quarto governo Berlusconi.
Sembra che sia accaduto tutto all’improvviso. Quasi fosse stato un inciampo nel vuoto. Un improvviso tuffo a capofitto nel baratro. In realtà è tutto collegato.
È dalla rivoluzione in Libia che abbiamo visto i primi sintomi. Un’incertezza sul da farsi, nata da una cattiva politica estera, che ci ha messo in difficoltà con gli alleati occidentali. Poi Pompei, pessima vetrina internazionale. Con l’Europa che deve intervenire per aver affidato un patrimonio dell’umanità a degli incapaci. E poi la Grecia, l’anticamera della nostra crisi. E degli altri GIPSI (gli stati europei con i più gravi problemi economici, tra cui l’Italia). Zapatero ha rassegnato le dimissioni da tempo. Anche il primo Ministro greco Papandreu ha poi ratificato le sue dimissioni. Noi, come sempre, in ritardo. Come se fossimo a scuola, il governo italiano si ricorda di giustificarsi quando il prof sta per interrogare, ma il prof in questione, l’Europa, non accetta altre giustifiche. E altre lettere di intenti.
Perché poi se lo studente in questione non si è dimostrato serio, chi gli darebbe fiducia? Non c’è bisogno di comunicati ufficiali, commissariamenti o altro: basta un sorriso appena abbozzato sulle facce dei due più influenti capi di stato europei, per capire cosa si pensava del governo. Certo, l’atteggiamento del Presidente francese è stato quantomeno discutibile. Ma tutti i giornali e tutti i media che si sono lanciati all’attacco di Sarko (con servizi a dir poco ingenui e provinciali su mozzarelle e altri prodotti che contraddistinguono il “Belpaese”)
dimenticano le “carinerie” all’estero portate dal nostro Premier (vedi corna e apprezzamenti sul Presidente finlandese Tarjia Halonen o quelli più recenti sulla Merkel): come dire, il nostro export più pregiato.
Le dimissioni di Berlusconi sono un atto sensato. Il suo inguaribile ottimismo, ormai, non rassicurava neanche più Letta. Figurarsi gli altri. Lo stesso Pdl è il partito della maggioranza ad aver dato fiducia al nuovo esecutivo di Monti. E anche l’unico, visto che la Lega non vuole “l’ammucchiata” con le opposizioni. Meno male che l’Idv ha dato, invece, il suo appoggio a Monti. Con Bossi e Di Pietro, chissà che opposizione sarebbe stata (e che conferenze stampa: un italiano più simile al grammelot di Dario Fo che a qualunque altra lingua esistente sulla terra).
Che dire delle polemiche sulla data delle elezioni? Monti dice di voler portare a termine la legislatura, ma il Pdl non ci sta. “Elezioni” è il grido che si leva dalle loro file e dalle conferenze di Giuliano Ferrara. Bisogna dire, però, che la volontà di andare alle urne nasce da una legge elettorale (per la quale il candidato premier è sul logo del partito) che tutti dicono di voler cambiare. Poi, è la stessa maggioranza ad aver dato l’ok a Monti, assieme alla maggioranza dei partiti al parlamento. Infine, siamo sicuri che, in un momento così delicato, in cui sì si è arrivati al pareggio di bilancio, ma non sappiamo a quale prezzo per lo sviluppo, la priorità siano nuove elezioni?
DI AMEDEO DE CHIARA

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