mercoledì 21 dicembre 2011

SILENZIO ASSORDANTE

Di cosa parli? Non ti ascolto. Mi chiudo in me stessa cercando in vano di proteggermi dalle tue parole taglienti come lame.  Ogni lettera, ogni singola sillaba arriva in modo confuso alla mia mente, in modo doloroso al mio cuore.
Faccio fatica a riprendere a respirare, lentamente sposto le mani da mio viso e apro gli occhi ormai lucidi, cercando di rimettere in ordine le assurde cose che hai detto. Con lo sguardo sconvolto mi giro verso lo specchio appeso su una parete di un azzurrino chiaro, quasi impercettibile.
Il mio viso è pallido ma al tempo stesso ricoperto di alcune chiazze rosse provocatemi dal pianto; tutta colpa tua.
Dopo qualche minuto mi giro verso di te che hai un’aria indifferente e perlopiù scocciata mentre io sto qui ad affogarmi nel dolore.
Forse ti aspetti che io parli, che ti dica qualcosa, ma cosa dovrei dirti, cosa dovrei fare? Iniziare ad urlare, battere i piedi per terra, rompere i piatti o quell’orribile vaso che ti sei ostinato a comprare perché ti piaceva il pescatore in mare raffiguratovi. Se facessi questo non servirebbe a niente, non cambierebbe ciò che hai detto, non cambierebbe che l’hai deciso all’improvviso, cancellandomi del tutto.
Resto in silenzio, ormai il cuore ha ripreso il suo andamento naturale come il respiro. Ti fisso, gli occhi neri e profondi rivolti verso l’altro, la mano  sinistra poggiata sulla scrivania di mogano.
Indossi dei jeans scambiati, sulle spalle il maglione lilla che ti ho regalato per Natale; non è l’occasione migliore per indossarlo.
Dopo quello che mi hai detto, seppur ferita, umiliata, nel pieno del dolore l’unica cosa che riesco a fare è guardarti ,pensare quanto sei bello, ammirarti nella tua bastarda bellezza e pensare alla prima volta che ti ho visto con i capelli bagnati che si adagiavano morbosi sul tuo collo sinuoso.
Continuo a fissarti. Poggi nervoso le dita sulla bocca e ne tracci il contorno,le tue labbra si dischiudono lasciando intravedere i denti bianchi e piccoli riportando alla mia mente la tua risata. La sento forte, chiara, che  rimbomba nella testa più forte delle tue parole. Riesco a sentire solo quella e a vedere il tuo viso che s’illumina in quel riso fragoroso mentre giochi a carte o ridi ad una mia battuta, di quelle sottili di cui solo tu riuscivi a cogliere il vero significato.
Continuo a tornare con la mente agli eventi del passato cancellando il presente e cercando di non pensare al futuro.
Immagini sfocate continuano a passarmi per la mente come diapositive di un film. In tutte ci sei tu, noi insieme. Io che cerco di rubare il dolce pieno di panna e cioccolato che stai mangiando,Tu che soffochi il mio pianto cullandomi tra le tue braccia.
Il dolore si fa sempre più insopportabile cercando disperatamente il modo per uscire fuori.
Porto lo sguardo verso il basso “ ma perché sto sempre scalza?” pensieri sciocchi mi avvolgono nella loro ingenuità, mentre spero di scomparire, dissolvermi nell’aria. Avverto il tuo nervosismo, sento il rumore delle tue dita che  tamburellano  sulla scrivania dove sei appoggiato da minuti,
 forse ore. Il tempo sembra essersi fermato, il silenzio è assordante, insopportabile ma al tempo stesso protettivo, rassicurante. Per l’ultima volta scosto il mio sguardo dal pavimento e lo dirigo verso i tuoi occhi neri quelli che mi hanno fatto innamorare. Con stupore mi accorgo che anche tu mi stai guardando. Provo la stessa sensazione di una bambina colta in flagrante con le dita nella marmellata.
Sento le guance avvampare e non ne capisco il motivo, d’un tratto le tue parole mi rimbombano nella mente “Non ti amo più” chiudo gli occhi, li riapro ridendo. Mi guardi con un espressione tra il preoccupato e lo scioccato.
“Adesso perché ridi?”
“ Perché è meglio ridere che piangere.”


DI  MARIA  CLAUDIA  GATTO


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