sabato 16 marzo 2013

L'inverno egiziano




di Amedeo De Chiara e Castrese Pio De Rosa


I fiori della primavera araba appassiscono con l’inverno? La svolta democratica che tutto il mondo si aspettava di vedere nelle rivoluzioni arabe sembra che sia ancora lungi dall’arrivare.
Hanno destato clamore le posizioni autoritarie assunte dal Presidente dell’Egitto, il candidato del partito Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi. Dopo che il Governo militare aveva congelato la Costituzione pro tempore, il neoeletto Presidente Morsi all’indomani delle elezioni dello scorso novembre ha assunto attraverso i suoi decreti gran parte dei poteri esecutivo-legislativi, finanche al campo giudiziario. A tutti coloro che temevano un ritorno a una situazione pre-Mubarak, specialmente i partiti di opposizione egiziani, Morsi aveva assicurato che i suoi decreti servivano solo a proteggere e difendere la rivoluzione nell’attesa della nuova carta costituzionale. Tuttavia, i partiti di opposizione contestano che lo stampo della costituzione approvata lo scorso 25 dicembre dal referendum popolare (una farsa secondo il partito del Fronte di Salvezza Nazionale, che denuncia violazioni ed irregolarità) è di stampo islamista e antidemocratico e non tutela i diritti delle donne, di libertà d’espressione e di culto. E sempre il partito del Fronte di Salvezza Nazionale accusa: il referendum è una farsa e il risultato è dovuto a violazioni ed irregolarità. Le stesse accuse che molte organizzazioni non-governative hanno lanciato negli stessi giorni in cui cresceva la contestazione, che aveva riempito nuovamente piazza Tahir e incontrato la dura repressione delle forze dell’ordine: durante lo scrutinio ad alcuni osservatori è stato impedito di entrare nei seggi e alcuni giudici che avrebbero dovuto controllare la regolarità del voto, in realtà non erano magistrati. Il voto di sabato è stato ''un referendum alla Mubarak'', ha detto Bahey Eddine Hassan, del Centro del Cairo per i diritti umani. Ma la cosa che più preoccupa a livello internazionale, preoccupazione esternata da Catherine Ashton, alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha lanciato un appello al Presidente Morsi affinché “ristabilisca la fiducia nella democrazia”.
Dato assai preoccupante dell’Egitto è, infatti, la scarsissima fiducia della popolazione delle nuove forze governative: solo il 32,9% della popolazione si è recata alle urne al secondo, e decisivo, turno; un’affluenza minima, che in altri paesi (come in Italia ad esempio) non sarebbe bastata a convalidare la votazione. Di quest’esigua minoranza di votanti, per di più, solo il 68% ha scelto di credere nella nuova costituzione, che insinua tra gli occidentali il timore di un dietrofront che deluda le speranze in una svolta democratica; una svolta che le cronache ed i media davano per compiuta.
Ma la fiducia nel nuovo stato egiziano non sembra mancare solo tra i cittadini, ma anche tra i vertici dello stesso governo: mentre gli egiziani si recavano alle urne, si sono succedute, una dopo l’altra, le dimissioni del vice presidente Mahmud Mekky e il governatore della Banca Centrale Egiziana, Faruq el Hoqda, che ha rassegnato le sue dimissioni per divergenze con altre autorità statali sulla svalutazione della lira egiziana.
L’unica speranza è che si compia la definitiva trasmissione del potere legislativo, passato dal Presidente Morsi alla cosiddetta Camera Alta, all’Assemblea del popolo, la camera bassa. Riuscirà la primavera araba, a un anno dalla sua prima fioritura, a portare i suoi frutti?

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