di Amedeo De Chiara e Castrese Pio De Rosa
I fiori della primavera araba appassiscono con l’inverno? La
svolta democratica che tutto il mondo si aspettava di vedere nelle rivoluzioni
arabe sembra che sia ancora lungi dall’arrivare.
Hanno destato clamore le
posizioni autoritarie assunte dal Presidente dell’Egitto, il candidato del
partito Libertà e Giustizia dei
Fratelli Musulmani Mohamed Morsi. Dopo che il Governo militare aveva congelato
la Costituzione pro tempore, il
neoeletto Presidente Morsi all’indomani delle elezioni dello scorso novembre ha
assunto attraverso i suoi decreti gran parte dei poteri esecutivo-legislativi,
finanche al campo giudiziario. A tutti coloro che temevano un ritorno a una
situazione pre-Mubarak, specialmente i partiti di opposizione egiziani, Morsi
aveva assicurato che i suoi decreti servivano solo a proteggere e difendere la
rivoluzione nell’attesa della nuova carta costituzionale. Tuttavia, i partiti
di opposizione contestano che lo stampo della costituzione approvata lo scorso
25 dicembre dal referendum popolare
(una farsa secondo il partito del Fronte di Salvezza Nazionale, che denuncia
violazioni ed irregolarità) è di stampo islamista e antidemocratico e non
tutela i diritti delle donne, di libertà d’espressione e di culto. E sempre il
partito del Fronte di Salvezza Nazionale accusa: il referendum è una farsa e il
risultato è dovuto a violazioni ed irregolarità. Le stesse accuse che molte
organizzazioni non-governative hanno lanciato negli stessi giorni in cui
cresceva la contestazione, che aveva riempito nuovamente piazza Tahir e
incontrato la dura repressione delle forze dell’ordine: durante lo scrutinio ad alcuni osservatori è stato
impedito di entrare nei seggi e alcuni giudici che avrebbero dovuto controllare
la regolarità del voto, in realtà non erano magistrati. Il voto di sabato è
stato ''un referendum alla Mubarak'', ha detto Bahey Eddine Hassan, del Centro
del Cairo per i diritti umani. Ma la cosa che più preoccupa a livello
internazionale, preoccupazione esternata da Catherine Ashton, alto
rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha
lanciato un appello al Presidente Morsi affinché “ristabilisca la fiducia nella democrazia”.
Dato assai preoccupante
dell’Egitto è, infatti, la scarsissima fiducia della popolazione delle nuove
forze governative: solo il 32,9% della popolazione si è recata alle urne al
secondo, e decisivo, turno; un’affluenza minima, che in altri paesi (come in Italia
ad esempio) non sarebbe bastata a convalidare la votazione. Di quest’esigua
minoranza di votanti, per di più, solo il 68% ha scelto di credere nella nuova
costituzione, che insinua tra gli occidentali il timore di un dietrofront che
deluda le speranze in una svolta democratica; una svolta che le cronache ed i
media davano per compiuta.
Ma la fiducia nel nuovo stato
egiziano non sembra mancare solo tra i cittadini, ma anche tra i vertici dello
stesso governo: mentre gli egiziani si recavano alle urne, si sono succedute,
una dopo l’altra, le dimissioni del
vice presidente Mahmud Mekky e il governatore della Banca Centrale Egiziana,
Faruq el Hoqda, che ha rassegnato le sue dimissioni per divergenze con altre
autorità statali sulla svalutazione della lira egiziana.
L’unica speranza è che si compia
la definitiva trasmissione del potere legislativo, passato dal Presidente Morsi
alla cosiddetta Camera Alta,
all’Assemblea del popolo, la camera bassa.
Riuscirà la primavera araba, a un anno dalla sua prima fioritura, a portare i
suoi frutti?

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