GIORGIA BONITO
La coppia Albanese-Manfredonia, che aveva realizzato con successo "Qualunquemente", è tornata nelle sale con "Tutto tutto niente niente" portando sullo schermo, insieme all'ormai famigerato Cetto Laqualunque (dubbio personaggio di chiare origini calabresi), altre due “maschere comiche” altrettanto alternative: il pugliese Frengo Stoppato, consumatore, adoratore di "erba" e fervente religioso, e il veneto Rodolfo Favaretto, detto Olfo, che sogna di far annettere il suo paesello all'Austria.
Cetto La Qualunque dopo la “salita in politica” infila la discesa insieme alla sua giunta, sciolta e incarcerata nelle carceri calabresi. Più a Nord (Est), Rodolfo Favaretto coltiva il sogno della Secessione, vagheggiando l'Austria e trafficando clandestini. Denunciato da uno dei suoi braccianti neri, creduto morto e buttato in mare, Rodolfo viene arrestato. Lontano dall'Italia invece Frengo Stoppato fugge alla giustizia e a una madre ingombrante e devota, che lo sogna casalingo e beato. Convinto da una telefonata materna ad abbandonare il suo rifugio new age, Stoppato viene condannato e rinchiuso per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Sarà un Sottosegretario, autorevole e maneggione, a rimetterli in libertà e al servizio di un Presidente del Consiglio di poche parole e smodato appetito. Entrati (il)lecitamente nella politica romana per garantire in parlamento voti e privilegi al partito di appartenenza, Cetto, Rodolfo e Frengo finiranno per comprometterne potere ed equilibrio.
Questi personaggi (interpretati tutti e tre da Albanese) rappresentano, quindi, tre cellule della “società” impazzite: questa “teoria di mostri” con il suo surrealismo,allegorismo e gusto grottesco diventa uno specchio deformante del contemporaneo, un’esasperazione dei nostri eccessi o una condanna ad un certo tipo di politica o atteggiamenti sociali che come direbbe Albanese stesso “ci hannu rutto i cugl***”!
La stessa “brutalità” di queste personalità, i loro ideali e principi (se d’ideali e principi possiamo parlare) però, vorrebbe essere anche una conseguenza ipotetica e, in effetti, anche un po’ realistica, una “risposta” ai problemi politici: ancora una volta il risultato è sconcertante, ti lascia davvero l’amaro in bocca.
Sin dall’esordio, al suo ultimo lavoro, il regista Giulio Manfredonia in concomitanza con Antonio Albanese (autore della sceneggiatura) ci dimostra grandi capacità di osservazione ma anche di attenzione al dettaglio, basti pensare alla scenografia, ai costumi e ci allibisce di nuovo; ma la critica questa volta è un po’ severa: ha giudicato questo film come ridondante, raccapricciante, poco divertente e finto.
Non stimo questo film una farsa ma semplicemente una satira della satira ma che nel contempo ci apre gli occhi su una realtà vicina a noi o una sua proiezione di come potrebbe diventare: attenzione “l’arte e i suoi protagonisti spesso sono profetici”.

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