La libertà di stampa da Sallusti
a Charlie Hebdo passando per Formigli
di Amedeo De Chiara
Il caso Sallusti torna a
interessare il mondo del giornalismo con un Ddl che porta il nome dell’ex
direttore di Libero. In particolare, un emendamento del Presidente della
Commissione Giustizia al Senato Berselli prevedrebbe il carcere solo per i
giornalisti, colpendo i direttori con una multa dai 5 ai 50 mila euro. Berselli
ha detto che, benché fosse contrario, ha dovuto conservare nell’emendamento il
carcere per i giornalisti, disposizione su cui l’assemblea si era già espressa,
ma che si aspetta che vengano ritirate
le richieste di voto segreto di Lega ed Api circa questa disposizione.
È chiaro che tutto ciò non tiene
conto delle parole del Presidente della F.N.S.I. (Federazione Nazionale Stampa
Italiana) Roberto Natale, che già da tempo ha ribadito che la Federazione non
chiede l’immunità per i giornalisti, tuttavia denuncia l’inciviltà della
reclusione dei giornalisti per un paese che si professa “civile”. Natale aveva già indicato l’alternativa alla legge
riguardante la diffamazione a mezzo stampa: “Deve
esserci immediata rettifica, dev’esserci sanzione pecuniaria e dev’esserci
sospensione e, al limite, anche radiazione dall’attività professionale”. Ineccepibili
i procedimenti di sospensione e radiazione per i giornalisti che sbagliano,
soprattutto per quelli che omettono di rettificare prontamente i propri errori.
La questione si fa, invece, più complessa parlando di sanzione pecuniaria. Chi
dovrebbe pagare, infatti?
Ipotizzando che a pagare debbano
essere i giornalisti, si può facilmente immaginare lo stato di paura che
attanaglierebbe ogni pubblicista mentre scrive i propri articoli e li vede
pubblicati. Questo è il caso (sospeso, ma già dimenticato) di Riccardo
Formigli, che al tempo di Annozero realizzò un servizio sulla Fiat per cui
l’azienda torinese ha chiesto un risarcimento alla Rai e a Formigli, fissato
dal giudice a 1 milione e 750 mila euro per danno patrimoniale e 3 milioni e
250 mila euro per danni morali. Sentenza per la quale, osservava Milena
Gabanelli in una lettera al Corriere della Sera, la perizia è stata affidata a
un collegio composto dal Ministro Profumo, allora Rettore del Politecnico di
Torino e dai Professori Cheli e Vicari, dai cui contratti spunta spesso il nome
della Fiat (in particolare la difesa di Formigli ha obiettato che il
Politecnico di Torino viene finanziato dalla Fiat). E la stessa Gabanelli
ricordava che pochi giorni prima, sempre a Torino, il tribunale di Torino aveva
condannato nella sentenza Eternit i responsabili civili a un risarcimento di 30
mila ad ogni famiglia che aveva perso un proprio caro ucciso dell’amianto.
Ma anche se a pagare fossero gli
editori o i direttori, lo scenario non sarebbe molto diverso: è facile
immaginare che nessun editore accetterà che nella propria testata lavori un
giornalista scomodo che, oltre a causargli numerosi problemi, potrebbe
costargli molto in sanzioni e risarcimenti. E le piccole testate non potrebbero
più ospitare le voci del dissenso, perché non sarebbero capaci di sostenere
un’eventuale ammenda nei loro confronti.
Mettendo il naso al di là delle
Alpi si respira tutta un’altra aria. In Francia la prima cosa da salvaguardare
è, infatti, la libertà d’espressione. Eppure, i problemi non mancano.
Pochi mesi fa, infatti, il Paese è
stato attraversato dalle proteste di tutto il mondo islamico, una consistente
minoranza della Francia, scatenate dalle pubblicazioni di Charlie Hebdo, la
rivista politicamente scorretta uscita per la prima volta nel 1970 che ha
pubblicato le famigerate vignette con protagonista Maometto. Non è la prima
volta che il settimanale, che predilige un linguaggio e delle vignette più pesanti
che allusive, provoca disordini con le sue pubblicazioni, incorrendo per altro
in minacce o veri e propri attacchi, anche alla propria sede, più volte data
alle fiamme. Numerose sono state le reazioni di disapprovazione in Italia, ma
non solo: anche negli Stati Uniti il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney,
ha messo in discussione la saggezza della scelta della pubblicazione;
Perché di certo la libertà di stampa o di pensiero non sta nella facoltà di
pubblicare qualunque cosa, ma di poter decidere liberamente cosa sia più
giusto.
È probabile che la soluzione stia
nel mezzo: senza arrivare agli eccessi francesi, di certo la cultura italiana
(poiché di un problema culturale si tratta) ha molto da imparare sulla
straordinaria capacità d’oltralpe di accettare l’altrui pensiero. Sul piano
legale, invece, occorrerebbe porre un limite ai risarcimenti e distinguere la
diffamazione in vari livelli di gravità, sia per l’entità dell’errore sia per
gli intenti dell’articolo.

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