venerdì 21 dicembre 2012

La condanna delle parole




La libertà di stampa da Sallusti a Charlie Hebdo passando per Formigli

di Amedeo De Chiara

Il caso Sallusti torna a interessare il mondo del giornalismo con un Ddl che porta il nome dell’ex direttore di Libero. In particolare, un emendamento del Presidente della Commissione Giustizia al Senato Berselli prevedrebbe il carcere solo per i giornalisti, colpendo i direttori con una multa dai 5 ai 50 mila euro. Berselli ha detto che, benché fosse contrario, ha dovuto conservare nell’emendamento il carcere per i giornalisti, disposizione su cui l’assemblea si era già espressa, ma   che si aspetta che vengano ritirate le richieste di voto segreto di Lega ed Api circa questa disposizione.
È chiaro che tutto ciò non tiene conto delle parole del Presidente della F.N.S.I. (Federazione Nazionale Stampa Italiana) Roberto Natale, che già da tempo ha ribadito che la Federazione non chiede l’immunità per i giornalisti, tuttavia denuncia l’inciviltà della reclusione dei giornalisti per un paese che si professa “civile”. Natale aveva già indicato l’alternativa alla legge riguardante la diffamazione a mezzo stampa: “Deve esserci immediata rettifica, dev’esserci sanzione pecuniaria e dev’esserci sospensione e, al limite, anche radiazione dall’attività professionale”. Ineccepibili i procedimenti di sospensione e radiazione per i giornalisti che sbagliano, soprattutto per quelli che omettono di rettificare prontamente i propri errori. La questione si fa, invece, più complessa parlando di sanzione pecuniaria. Chi dovrebbe pagare, infatti?
Ipotizzando che a pagare debbano essere i giornalisti, si può facilmente immaginare lo stato di paura che attanaglierebbe ogni pubblicista mentre scrive i propri articoli e li vede pubblicati. Questo è il caso (sospeso, ma già dimenticato) di Riccardo Formigli, che al tempo di Annozero realizzò un servizio sulla Fiat per cui l’azienda torinese ha chiesto un risarcimento alla Rai e a Formigli, fissato dal giudice a 1 milione e 750 mila euro per danno patrimoniale e 3 milioni e 250 mila euro per danni morali. Sentenza per la quale, osservava Milena Gabanelli in una lettera al Corriere della Sera, la perizia è stata affidata a un collegio composto dal Ministro Profumo, allora Rettore del Politecnico di Torino e dai Professori Cheli e Vicari, dai cui contratti spunta spesso il nome della Fiat (in particolare la difesa di Formigli ha obiettato che il Politecnico di Torino viene finanziato dalla Fiat). E la stessa Gabanelli ricordava che pochi giorni prima, sempre a Torino, il tribunale di Torino aveva condannato nella sentenza Eternit i responsabili civili a un risarcimento di 30 mila ad ogni famiglia che aveva perso un proprio caro ucciso dell’amianto.
Ma anche se a pagare fossero gli editori o i direttori, lo scenario non sarebbe molto diverso: è facile immaginare che nessun editore accetterà che nella propria testata lavori un giornalista scomodo che, oltre a causargli numerosi problemi, potrebbe costargli molto in sanzioni e risarcimenti. E le piccole testate non potrebbero più ospitare le voci del dissenso, perché non sarebbero capaci di sostenere un’eventuale ammenda nei loro confronti.
Mettendo il naso al di là delle Alpi si respira tutta un’altra aria. In Francia la prima cosa da salvaguardare è, infatti, la libertà d’espressione. Eppure, i problemi non mancano.
Pochi mesi fa, infatti, il Paese è stato attraversato dalle proteste di tutto il mondo islamico, una consistente minoranza della Francia, scatenate dalle pubblicazioni di Charlie Hebdo, la rivista politicamente scorretta uscita per la prima volta nel 1970 che ha pubblicato le famigerate vignette con protagonista Maometto. Non è la prima volta che il settimanale, che predilige un linguaggio e delle vignette più pesanti che allusive, provoca disordini con le sue pubblicazioni, incorrendo per altro in minacce o veri e propri attacchi, anche alla propria sede, più volte data alle fiamme. Numerose sono state le reazioni di disapprovazione in Italia, ma non solo: anche negli Stati Uniti il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha messo in discussione la saggezza della scelta della pubblicazione; Perché di certo la libertà di stampa o di pensiero non sta nella facoltà di pubblicare qualunque cosa, ma di poter decidere liberamente cosa sia più giusto.
È probabile che la soluzione stia nel mezzo: senza arrivare agli eccessi francesi, di certo la cultura italiana (poiché di un problema culturale si tratta) ha molto da imparare sulla straordinaria capacità d’oltralpe di accettare l’altrui pensiero. Sul piano legale, invece, occorrerebbe porre un limite ai risarcimenti e distinguere la diffamazione in vari livelli di gravità, sia per l’entità dell’errore sia per gli intenti dell’articolo.

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