lunedì 21 novembre 2011

RIMONTIAMO?


Fra mercoledì e sabato c’è stato un aspro dibattito sulla tipologia del governo del dopo-Berlusconi. Si è parlato in un primo momento di ritorno alle urne, volute dallo stesso Berlusconi. La Lega, che, secondo ciò che dice Calderoli, “è assolutamente contraria a governi che non siano quelli usciti dalle urne”,  ha spinto sulla formazione di un nuovo governo di centrodestra, guidato, però, da Lamberto Dini. Il Terzo polo ha appoggiato un governo di transizione, il governo di unità nazionale, che per Casini vuol dire Pd e Pdl insieme. Un governo di “larghe intese” quindi, secondo il leader dell’Udc che ha affermato: “Serve un governo di emergenza che ci porti alla scadenza della legislatura”.
Alla fine ha prevalso la soluzione del governo tecnico (il governo tecnico è un governo retto da un rappresentante con esperienza nel campo delle istituzioni, che sta al di fuori della vita politica), fortemente voluta da Bersani e tutto il Pd e successivamente anche Italia dei valori, che inizialmente era scettica su questa possibilità. Di Pietro, infatti, ha affermato a proposito di volere chiarezza sul governo: “Vogliamo sapere qual è la squadra, il programma, la coalizione”.

ORA TOCCA A MONTI  L’incarico è stato dato a Mario Monti, accademico e economista italiano, il quale dapprima è stato nominato senatore a vita da Napolitano nella giornata di mercoledì; poi, nel corso della settimana, ha avuto il sostegno di un numero sempre più numeroso di esponenti politici. Finché sabato non è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica insieme a Gianni Letta.  L’ex-Segretario del Consiglio dei Ministri è stato proposto dal Pdl come vicepremier nel governo Monti,  ma si è tirato indietro, vista l’ostilità nei suoi confronti dimostrata da Pd e Idv. “Non voglio rappresentare un problema” ha affermato. Persino lo stesso Pdl alla fine, in seguito ad una consultazione, quasi a malincuore, ha dato via libera al governo Monti.
Il Governo è stato ufficialmente affidato a Monti domenica. Nelle prime dichiarazioni egli ha espresso  la volontà di far tornare il Paese un punto di riferimento dell’Ue;  l’obbiettivo del neopremier sarà quello di “risanare la situazione finanziaria e riprendere il cammino della crescita in un quadro di accresciuta attenzione all'equità sociale” lavorando “con profondo rispetto delle forze politiche”. Nonostante ciò, la Lega conferma la sfiducia nei confronti del nuovo esecutivo.

UN CAMBIAMENTO? L’avvenimento ha fatto tanto clamore che le testate giornalistiche straniere hanno commentato l’evento definendo  ”The end of an era” la caduta del governo italiano.  Alcuni collocano questo avvenimento come fine della Seconda Repubblica; cosa non del tutto inappropriata. Soprattutto, non avremmo nulla da obbiettare se l’inizio di questa nuova epoca, che per accezione è un periodo storico contrassegnato da particolari avvenimenti culturali, politici e sociali, avesse come peculiarità proprio un cambiamento. Forse gli inglesi intendevano dire che non sentiremo più parlare di Ruby, di processi da portare avanti e di bunga-bunga: in questo senso, forse Silvio ci mancherà un po’. Ma gettando un occhio avanti ed uno indietro con la massima oggettività possibile, il futuro non può apparirci poi tanto diverso da come attualmente è.  Fra gli italiani non sembra registrarsi, o almeno, non si avverte sicuramente un clima di cambiamento. Molti hanno festeggiato la caduta di Silvio Berlusconi come uomo politico, certo. Ma in pochi, quando si darà la fiducia al nuovo governo che si insedierà a Palazzo Chigi , gioiranno, consapevoli che questo li porterà ad uscire dalla crisi. Essi si chiederanno piuttosto: “Il nuovo Premier sarà in grado guidare l’Italia di fronte all’attuale precaria situazione politico-economica italiana? Questo governo sarà capace di fare meglio del precedente?” Ci si metterà di fronte all’esigenza primaria di uscire dalla crisi (capacità che la popolazione attualmente non riconosce proprio a nessuno). Quello di cui la popolazione avrebbe bisogno forse è proprio un’ ideale politico da seguire e  in cui sperare . Credere che le cose cambino. Un’ idea, insomma, con cui confrontarci e discutere, piuttosto che una persona da imputare o con cui essere d’accordo. Un’ ideale che, per essere seguito, dovrebbe almeno esserci.

DI DARIO LIPPI

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