sabato 19 novembre 2011

CADDE


Ei fu. Trecentootto voti lo estinsero, alla Camera. E parla. Parla domenica tredici in un video discorso nella sala stampa di Palazzo Chigi, gridando ad una strenua vendetta, che forse non arriverà mai. 
Eppure cadde. Dai 335 di inizio legislatura (addì 7 maggio 2008) ai 308 di martedì 8 novembre 2011. Nessuno l’avrebbe mai detto, né mai sperato. Neanche l’opposizione sbigottita, a cui adesso tocca governare, forse. 
Otto tradirono. Ma di più ne furono a partire dai ‘futuristi’ di Fini, che si separarono dall’Ovile nell’estate di un anno fa. Dopo un anno di difficile convivenza, i reduci della Fiamma Tricolore indossarono le nefaste vesti degli scissionisti, infliggendo un duro colpo alla maggioranza (-30). 

Epoca di crolli, di crisi. La Grecia aprì la strada ad una violenta recessione di stato, a cui farà seguito quella spagnola, e poi, dulcis in fundo, quella italiana. L’Eurogruppo tentò invano di risanare il debito ellenico con il fondo salva stati, ma vide il suo intento fallire quando alla Grecia si aggiunse lo spread altissimo tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi. Il divario fu talmente ampio da sfiorare di un soffio la soglia definita ‘del non-ritorno’ (alias 6% di distacco spread bond-bot). 
“Panzane! La crisi non esiste in Italia, i voli aerei sono tutti prenotati, i ristoranti sono tutti pieni!” disse. Sordo il debito pubblico continuò a salire. “La maggioranza è solida!” disse ancora. Molti nel suo gruppo tossicchiarono un possibile ‘passo indietro’. Parole al vento, al cerone. 
“Mi dimetto”, disse lunedì 7 novembre. In mattinata la smentita. “Le voci di mie dimissione sono destituite di fondamento”. La fortuna non tardò a colpirlo, per l’ultima volta. 
Quattro volte a Palazzo Chigi, un sogno infranto al seggio del Quirinale. Si chiude, forse, così la storia di un imprenditore che scese in politica più per sé che per interesse del Paese. Tre volte nella polvere, quattro sugli altar. 
Se è un uomo a finire, non lo è il suo modello. Molti ancora guardano a lui come un eroe, un Achille senza tallone. Il berlusconismo è ben lungi dal finire. Ma egli si lascia dietro troppi tagli alla spesa pubblica, tre leggi distruttive per uno Stato: la riforma per la ricerca e l’istruzione pubblica, la legge elettorale, l’impunità parlamentare. 
Si dimise. Questa volta per davvero, alle 21 di un freddo sabato novembrino. L’auto blu portava la salma diretta al Quirinale, mentre il pubblico festante intonava l’Alleluia di Händel. “Viva l’Italia!”si sente gridare per le vie. Sentirsi italiani senza più pensare alle figuracce rimediate all’estero.
Ma mai abbandonarsi a facili previsioni. L’araba fenice può ancora rinascere dalle ceneri, che lei stessa ha prodotto. 

DI GIUSEPPE GALIANO E EMANUELE MARCHITTO

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